Chesterton Giobbe

Introduzione al Libro di Giobbe di G. K. Chesterton (tradotto da me in italiano)

Il libro di Giobbe é, nell’ambito degli Altri libri del Vecchio Testamento, sia un enigma filosofico che un enigma storico.

Quello che ci riguarda per un’introduzione come questa é l’enigma filosofico; possiamo quindi occuparci prima brevemente di una generica avvertenza che deve essere affrontata relativamente all’aspetto storico.

A lungo é divampata la controversia su quali parti di questo racconto epico appartengano allo schema originale e quali invece siano interpolazioni di epoche considerevolmente successive. Gli studiosi sono in disaccordo tra loro, come é proprio del loro mestiere fare; in generale peró la tendenza dell’investigazione é sempre stata quella di ritenere che le parti interpolate, se ve ne sono, si limitino al prologo e all’epilogo ed eventualmente al discorso del giovane uomo che presenta un’apologia al proprio termine. Non affermo assolutamente di essere competente per dirimere tali questioni. Ma a qualunque decisione giunga il lettore a loro riguardo, c’é, connessa ad esse, una verità generale da ricordare. Quando ci si trova davanti ad un’antica creazione artistica non si deve supporre che ci sia qualcosa contro di essa se si afferma che é cresciuta gradualmente. Il Libro di Giobbe puó essere cresciuto gradualmente tanto quanto l’Abbazia di Westminster. Ma le persone che creavano l’antica poesia popolare, come quelle che costruivano l’Abbazia di Westminster, non attribuivano un grande valore alla datazione effettiva né all’effettivo autore, importanza che é in misura quasi esclusiva una creazione dell’insano individualismo dei tempi moderni. Possiamo mettere da parte il caso del libro di Giobbe in quanto complicato dal fattore religioso e prenderne un altro qualsiasi, diciamo quello dell’Iliade. Molte persone hanno mantenuto la formula caratteristica dello scetticismo moderno, che Omero non venne scritto da Omero, ma da un’altra persona con lo stesso nome. Allo stesso modo molti hanno sostenuto che Mosé non fosse Mosé ma un’altra persona di nome Mosé. Ma quello che occorre ricordare rispetto all’Iliade é che se qualcuno vi avesse di fatto aggiunto dei passaggi interpolati, la cosa non avrebbe prodotto lo shock creato da un simile procedimento nei nostri tempi individualistici. La creazione dell’epica tribale veniva concepita entro certi limiti come un lavoro tribale, come la costruzione del tempio tribale. Si puó credere dunque, se lo si desidera, che il prologo di Giobbe, il suo epilogo e il discorso di Eliú siano passaggi inseriti nel testo dopo la composizione dell’opera originale. Ma non é altresí lecito supporre che tali inserzioni abbiano quell’ovvio carattere spurio che avrebbe una qualsiasi inserzione in un moderno libro individualistico. Non si possono trattare tali inserzioni come si farebbe con un capitolo nell’opera di George Meredith che si venisse poi a scoprire non essere scritto da George Meredith, o metà di una scena in Ibsen che si scoprisse esservi stata furbescamente infilata da Mr. William Archer. E’ necessario ricordare che l’antico mondo che produsse questi antichi poemi come l’Iliade o Giobbe, manteneva sempre la tradizione di ció che stava realizzando. Un uomo avrebbe quasi potuto lasciare un poema al proprio figlio per portarlo a termine come egli lo avrebbe portato a termine. Quella che viene chiamata unità Omerica può essere un fatto storico o non esserlo. L’Iliade potrebbe essere stata scritta da un solo uomo o forse da centinaia di uomini. Ma occorre ricordarsi che a quei tempi c’era più unità in un centinaio di uomini che quanta se ne trova oggi in un unico uomo. Allora una città era come un solo uomo. Oggi un uomo è come una città durante una guerra civile.

Senza perciò addentrarsi ulteriormente nelle questioni di unità dell’opera come concepite dagli studiosi, possiamo dire del loro enigma che il libro ha unità e coerenza nello stesso senso in cui tutte le grandi creazioni tradizionali le hanno; nello stesso senso in cui ha unità e coerenza la Cattedrale di Canterbury. La stessa cosa è ampiamente valida anche per quello che ho chiamato l’enigma filosofico. C’è un motivo reale per il quale il Libro di Giobbe si distingue dalla maggior parte degli altri libri inclusi nel canone dell’Antico Testamento. Ma anche in questo caso si sbagliano coloro che insistono in una sua completa assenza di unità.

Si sbagliano coloro che sostengono che l’Antico Testamento è semplicemente una raccolta di libri scollegati tra loro; senza nè coerenza nè obiettivi. Sia che il risultato sia stato ottenuto attraverso una qualche verità spirituale soprannaturale o da una salda tradizione nazionale o semplicemente da un’ingegnosa selezione effettuata in epoche successive, i libri dell’Antico Testamento hanno un’unità facilmente percepibile. Cercare di comprendere l’Antico Testamento senza realizzare questa idea di fondo sarebbe altrettanto assudo come studiare una delle opere teatrali di Shakespeare supponendo che l’autore non avesse alcun obiettivo filosofico nello scriverla. Sarebbe come se un uomo volesse leggere la storia di Amleto, Principe di Danimarca, continuando a pensare per tutto il tempo di stare leggendo in realtà la storia di un vecchio principe pirata Danese. Un tale lettore non riuscirebbe mai a capire l’intenzionalità del procrastinare di Amleto da parte del poeta. Direbbe semplicemente, “L’eroe di Shakespeare impiega moltissimo tempo per uccidere il proprio nemico”. Così parlano anche i distruttori della Bibbia, che sfortunatamente al fondo sono anche suoi adoratori. Non comprendono il tono speciale dell’Antico Testamento; non comprendono la sua idea di fondo che è quella secondo la quale tutti gli uomini sono solamente strumenti di una potenza più grande.

Coloro che ad esempio si lamentano delle atrocità e dei tradimenti dei giudici e dei profeti di Israele hanno in realtà nelle loro teste una nozione che non ha nulla a che vedere con l’argomento. Sono troppo Cristiani. Cercano di leggere nelle scritture pre Cristiane l’idea puramente Cristiana dei santi, l’idea cioè che i principali strumenti di Dio siano uomini particolarmente buoni. Questa è un’idea più profonda, audace e interessante della vecchia idea Giudea. E’ l’idea che l’innocenza porti con se qualche cosa di terribile che nel tempo crea e ricrea gli imperi e il mondo stesso. Ma l’idea che soggiace all’Antico Testamento è un’idea che possiamo definire di buon senso, secondo la quale la forza è la forza, l’astuzia è l’astuzia, il successo nel mondo è il successo nel mondo e Geova utilizza tutte queste cose per i Propri fini ultimi allo stesso modo in cui utilizza le forze naturali o gli elementi fisici. Egli utilizza la forza di un’eroe come utilizzerebbe quella di un Mammut senza alcun particolare rispetto per il Mammut. Non riesco a comprendere come sia possibile che così tanti scettici semplicioni abbiano letto delle storie come quelle della frode di Giacobbe e abbiano supposto che l’uomo che le ha raccontate (chiunque egli fosse) non si fosse reso conto che Giacobbe era un vigliacco altrettanto chiaramente di quanto ce ne rendiamo conto noi. Il senso umano primordiale dell’onore non ha la possibilità di cambiare così tanto. Ma questi scettici semplicioni sono, come la maggioranza degli scettici moderni, dei Cristiani. Si immaginano che i patriarchi vadano intesi come dei modelli; si immaginano che Giacobbe venga raccontato come una specie di santo; e in questo caso non mi meraviglio affatto che si ritrovino un po’ spaventati. Questa non è affatto l’atmosfera dell’Antico Testamento. Gli eroi dell’Antico Testamento non sono figli di Dio ma schiavi di Dio, schiavi giganti e terribili, come il geni, che erano gli schiavi di Aladino.

L’idea centrale di una gran parte dell’Antico Testamento potrebbe essere definita come quella della solitudine di Dio. Dio non è solamente il personaggio principale dell’Antico Testamento; Dio è propriamente l’unico personaggio dell’Antico Testamento. Paragonata alla chiarezza dei Suoi obiettivi tutte le altre volontà sono pesanti ed automatiche, come quelle degli animali; paragonati alla Sua realtà tutti i figli della carne sono come ombre. Questa sottolineatura viene ripetuta più e più volte, “Chi gli ha dato consiglio?” “Nel tino ho pigiato io da solo, del mio popolo nessuno era con me.” Tutti i patriarchi ed i profeti sono semplicemente i Suoi strumenti o le Sue armi; perchè il Signore è un uomo di guerra. Utilizza Joshua come un’ascia o Mosè come un regolo. Per Lui Sansone è solamente una spada ed Isaia una tromba. I santi della Cristianità sono chiamati ad essere come Dio, come se fossero piccole statuette che raffigurano Dio. All’eroe dell’Antico Testamento non si richiede affatto di avere la stessa natura di Dio non più che a una sega o a un martello si richiede che abbiano la stessa forma del carpentiere.

Questa è la principale chiave di lettura e caratteristica delle scritture dell’Ebraismo prese come un tutt’uno. Ci sono in verità nelle scritture innumerevoli istanze di rude umorismo, di forti emozioni e di vigorose individualità che non mancano mai nelle prose e nelle poesi primitive. Tuttavia la caratteristica principale rimane; non solamente il senso che Dio sia più forte dell’uomo, non solamente che Dio sia più segreto dell’uomo, ma che Egli sia più significativo, che Egli sappia meglio di chiunque altro ciò che sta facendo, che paragonati a Lui noi abbiamo qualcosa di quella vaghezza, irragionevolezza e nomadismo delle bestie che periscono. “E’ lui che siede sulla terra, i cui abitanti da lassù sono come cavallette.” Possiamo quasi affermarlo. Il libro è così intento ad affermare la personalità di Dio che quasi afferma l’impersonalità dell’uomo. A meno che questo cervello gigante e cosmico non abbia concepito una cosa, quella cosa è incerta e vuota; l’uomo non ha sufficiente tenacia per assicurare che essa permanga. “Se il Signore non costruisce la casa, invano lavorano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città invano veglia la sentinella”.

In ogni altra parte dell’Antico Testamento quindi si esalta l’obliterazione dell’uomo se paragonato al volere divino. Il Libro di Giobbe invece da questo punto di vista si differenzia perchè è l’unico in cui si pone la domanda, “Ma qual è il volere di Dio? Vale la pena sacrificare anche la nostra misera umanità per tale volere? Naturalmente sarebbe facile cancellare le nostre meschine volontà per una volontà più grande e buona. Ma è effettivamente rale la volontà di Dio? Lasciamo che Dio utilizzi i suoi strumenti e lasciamo pure che li rompa. Ma cosa sta facendo e per cosa li stà distruggendo?”. E’ a causa di questa domanda che dobbiamo aggredire l’enigma del Libro di Giobbe come un enigma filosofico.

L’importanza attuale del Libro di Giobbe non può essere espressa adeguatamente neanche dicendo che è il più interessante tra i libri antichi. Potremmo quasi dire del Libro di Giobbe che è il più interessante tra i libri moderni. In verità, naturalmente, nessuna delle due frasi riesce a rendere la questione perchè sia la religione che l’irreligione dell’uomo sono entrambe allo stesso tempo antiche e nuove; la filosofia o è eterna o non è filosofia. L’abitudine moderna di dire, “Questa è la mia opinione, ma posso sbagliarmi”, è completamente irrazionale. Se sostengo che posso sbagliarmi affermo qualcosa che non è la mia opinione. L’abitudine moderna di dire “Ogni uomo ha una sua filosofia; questa è la mia e mi si adatta; l’abitudine ad affermare questo è sintomo di una debolezza di mente.

Una filosofia cosmica non è costruita per adattarsi ad un uomo; una filosofia cosmica viene costruita per spiegare il cosmo. Un uomo può possedere una religione privata tanto quanto può possedere un sole o una luna privati. La prima tra le bellezze intellettuali del Libro di Giobbe è che tratta in maniera predominante di questo desiderio di conoscere la realtà; il desiderio di conoscere l’essere e non meramente l’apparenza. Se fossero stati degli uomini moderni a scrivere il libro avremmo probabilmente scoperto che Giobbe e coloro che gli prestano conforto si sarebbero trovati d’accordo e che le loro differenze andavano attribuite al loro differente temperamento. Avrebbero chiamato gli amici di Giobbe “ottimisti” e Giobbe “pessimista”. E si sarebbero trovati a loro agio, come spesso accade alle persone, almeno per qulche tempo, concordi nell’affermare una cosa palesemente falsa. Perchè ammesso e non concesso che la parola “pessimista” abbia un qualsivoglia significato, Giobbe non è decisamente un pessimista. Il suo caso da solo è sufficiente per rifiutare la moderna assurdità di riferire tutto al temperamento fisico. Giobbe in nessun senso guarda alla vita in maniera cupa. Se desiderare di essere felice ed essere ben pronto ad esserlo sono carattaristiche di un ottimista, Giobbe è un ottimista. E’ un ottimista perplesso; un ottimista esasperato; un ottimista indignato ed insultato. Desidera che l’universo si giustifichi, non perchè desideri coglierlo in fallo ma perchè egli desidera veramente che venga giustificato. Domanda una spiegazione da Dio, ma non con lo spirito con cui Hampden potrebbe domandare una spiegazione a Carlo I. Lo fa nello stesso modo in cui una moglie potrebbe domandare una spiegazione da un marito per cui prova un profondo rispetto. Protesta con il suo Creatore perchè è orgoglioso del suo Creatore. Parla persino dell’Onnipotente come di un suo avversario, ma non dubita mai fino in fondo, che il suo nemico abbia delle ragioni che egli non riesce a comprendere. Con un genere di blasfemia raffinato e famoso dice, “Oh se il mio avversario avesse scritto un libro!”. Non gli passa per la testa che sarebbe potuto essere un brutto libro. E’ ansioso di farsi convincere, ossia crede che Dio lo possa convincere. In breve, possiamo ripeterci dicendo che se la parola ottimista ha un qualche significato (cosa di cui io dubito) Giobbe è un ottimista. Scuote i pilastri del mondo e attacca follemente i cieli; sferza le stelle, ma non per ridurle al silenzio; perchè gli diano una risposta. Allo stesso modo possiamo parlare degli ottimisti ufficiali, gli amici che confortano Giobbe. Di nuovo se la parola pessimista ha un qualche significato (ed io ne dubito) coloro che confortano Giobbe possono senza dubbio essere chiamati pessimisti e non ottimisti. Tutto ciò in cui essi credono non è che Dio è buono ma che Dio è così forte che è molto più giudizioso chiamarLo buono. Sarebbe un’eccesso di biasimo chiamarli evoluzionisti; tuttavia essi presentano alcuni aspetti dell’errore vitale dell’ottimista evoluzionista. Continueranno a ripetere che ogni cosa nell’universo si adatta a tutte le altre: come se ci fosse qualche cosa di consolatorio in un numero di cose sgradevoli che si adattano le une alle altre. Vedremo più avanti come Dio nel grande climax del poema ribalta completamente questo tipo di argomentazione.

Quando, alla fine del poema, Dio si fa presente (in qualche modo in maniera improvvisa), viene suonata l’imprevista e splendida nota che rende la cosa grandiosa quale di fatto è. Tutti gli esseri umani presenti nella storia, e specialmente Giobbe, hanno posto a Dio delle domande. Un poeta più triviale avrebbe fatto entrare Dio nella storia per fargli in un senso o nell’altro rispondere a tutte le domande. Ma grazie ad un tocco che occorre sicuramente definire come ispirato, quando Dio entra in scena, lo fa per porre una serie ulteriore di domande per Suo conto. In questo dramma dello scetticismo Dio stesso assume il ruolo dello scettico. Egli fa ciò che tutte le grandi voci che difendono la religione hanno sempre fatto. Fa ad esempio ciò che fece Socrate. Rivolta il razionalismo contro se stesso. Sembra affermare che se si tratta di porre domande, Egli può porre alcune domande in grado di gettare a terra ed abbattere tutti i concepibili interrogatori umani. Il poeta grazie ad una squisita intuizione fa si che Dio accetti ironicamente una sorta di polemica uguaglianza con i Suoi accusatori. Ha il desiderio di considerarlo come un equo duello intellettuale: “Gird up now thy loins like a man; for I will demand of thee, and answer thou me.” L’eterno adotta un’enorme e sardonica umiltà. Egli desidera essere processato. Chiede solamente il diritto che ogni persona sotto processo possiede; Egli chiede di poter contro interrogare i testimoni del processo. E si spinge ancora oltre nella correttezza del parallelo legale. La prima domanda che infatti pone a Giobbe è la domanda che ogni criminale accusato da Giobbe avrebbe il diritto di porgli. Chiede a Giobbe chi è. E Giobbe, essendo un uomo dall’intelletto sincero, si prende un po’ di tempo per rifletterci e giunge alla conclusione che non lo sa.

Questo è il primo grande fatto da notare relativamente al discorso di Dio, che rappresenta il culmine della ricerca. Rappresenta tutti gli scettici umani sradicati da un supriore scetticismo. E’ questo metodo, talvolta utilizzato da menti supreme ed altre volte da menti mediocri, che è divenuto l’arma logica di ogni vero mistico. Socrate, come ho già detto, lo utilizzò quando dimostrò che se gli fosse stata consentita una sufficiente dose di sofismo avrebb potuto distruggere tutti i sofisti. Gesù Cristo l’ha utilizzato quando ricordò ai Sadducei, che il fatto che non riuscivano ad immaginare la natura del matrimonio in paradiso significava semplicemente che non riuscivano ad immaginare la natura del matrimonio tout cours. Nella spaccatura della teologia Cristiana nel diciottesimo secolo, Butler lo utilizzò, quando sottolineò che gli argomenti razionalistici potrebbero essere utilizzati tanto contro una vaga religione quanto contro una religone dottrinale, tanto contro un’etica razionalista quanto contro quella Cristiana. E’ la radice e la ragione del fatto che uomini che hanno una fede religiosa hanno anche un dubbio filosofico, come il Cardinale Newman, il Sig. Balfour o il Sig. Mallock. Questi sono i piccoli rivoli del delta di quel fiume che ha nel Libro di Giobbe la prima grande cataratta che crea il fiume. Nel trattare con l’arrogante assertore del dubbio, non è metodologicamente utile dirgli di smettere di dubitare. Piuttosto è corretto spingerlo a continuare a dubitare, a dubitare un altro po’, a mettere in dubbio ogni giorno nuove e più folli cose nell’universo, finchè alla fine, a causa di una qualche strana illuminazione, possa iniziare a mettere in dubbio se stesso. Questo, come ho detto, è il primo fatto rilevante del discorso; la geniale intuizione per la quale Dio giunge alla fine non per risolvere gli enigmi, ma per proporli. L’altro grande fatto che insieme a questo rende l’intero lavoro religioso invece che filosofico, è l’altra incredibile sorpresa per la quale Giobbe è immediatamente soddisfatto dalla semplice esposizione di qualche cosa di impenetrabile. Dal punto di vista lessicale gli enigmi di Geova sono più oscuri e desolati di quelli di Giobbe; e tuttavia Giobbe che era inconsolabile prima dal discorso di Geova e dopo di esso si sente totalmente confortato. Non gli è stato detto nulla, ma egli percepisce l’atmosfera e il terribile formicolio di qualche cosa che è troppo bella per essere detta. Il rifiuto di Dio di spiegare i propri piani è in se stesso un indizio bruciante dei Suoi piani. Gli enigmi di Dio sono più soddisfacenti delle soluzioni dell’uomo. Terzo, ovviamente, è uno dei colpi da maestro di Dio quello di redarguire alla stessa maniera tanto l’uomo che Lo accusava che quelli che lo divendevano abbattendo con lo stesso martello tanto gli ottimisti quanto i pessimisti. Ed è in connessione con i meccanici ed altezzosi confortatori di Giobbe che avviene la ancora più profonda e sottile inversione di cui ho parlato. L’ottimista meccanico cerca dichiaratamente di giustificare l’universo sulla base del fatto che si tratta di un modello razionale e legato dal meccanismo di causa effetto. Sottolinea il fatto che il mondo è bello perchè tutto può essere spiegato. E questo è invece l’unico punto, se posso dirlo così, sul quale Dio è esplicito fino alla violenza. In effetti, Dio dice che se c’è una cosa buona del mondo, per quanto concerne gli uomini, è che esso non può essere spiegato. Insiste sull’inesplicabilità di ogni cosa; “La pioggia ha forse un padre?” Da quale grembo proviene il ghiaccio?” si spinge oltre e insiste sull’inconfutabile ed evidente irragionevolezza delle cose; “Hai tu inviato la pioggia nel deserto in cui non è alcun uomo, e nelle regioni selvagge in cui non c’è alcun uomo=” Dio farà in modo che l’uomo veda le cose, fosse anche solamente contro il nero sfondo della non esistenza. Dio farà in modo che Giobbe veda un universo sorprendente anche se può farlo unicamente facendo in modo che Giobbe ne veda uno idiota. Per meravigliare l’uomo Dio diviene per un solo istante blasfemo; si potrebbe quasi dire che Dio diviene ateo per un istante. Spiega di fronte a Giobbe un lungo panorama delle cose create, il cavallo, l’aquila, il corvo, l’onagro, il pavone, lo struzzo, il coccodrillo. Descrive ognuno di essi in maniera tale che sembrino mostri che camminano sotto la luce del sole. Complessivamente siamo di fronte ad un salmo o una rapsodia del senso della meraviglia. Il creatore di tutte le cose è Lui stesso stupefatto dalle cose che Egli stesso ha creato. Possiamo chiamare questo il terzo punto. Giobbe propone un punto interrogativo; Dio risponde con un punto esclamativo. Invece di dimostrare a Giobbe che ci troviamo in un mondo che siamo in grado di spiegare, Egli insiste che si tratta di un mondo molto più strano di quello che Giobbe abbia mai pensato. A conclusione del discorso di Dio il poeta ha inoltre ottenuto, con quell’accuratezza artistica inconscia che si trova in molte delle epiche più semplici, un ulteriore e più sottile obiettivo. Senza mai fare concessioni alla rigida impenetrabilità di Geova nelle Sue esplicite dichiarazioni, egli ha lasciato cadere qua e là nel testo delle metafore, di immaginario parentetico, suggerimenti improvvisi e splendidi che il segreto di Dio è un segreto luminoso e non triste, suggerimenti semi accidentali, come il bagliore di una luce vista per un istente attraverso le fessure di una porta chiusa. Sarebbe difficile smettere di apprezzare, in un senso puramente poetico, l’istintiva disinvoltura ed esattezza con cui queste insinuazioni ottimistiche vengono lasciate cadere all’interno di altre connessioni, come se l’Onnipotente stesso fosse appena consapevole di averle lasciate cadere. C’è ad esempio quel famoso passaggio in cui Geova, con sarcasmo devastante, chiede a Giobbe dove fosse lui quando venivano gettate le fondamenta del mondo, e quindi (come se stesse semplicemente fissando una data) menziona i tempi in cui i figli di Dio gridavano di gioia. Non si può fare a meno di ritenere, anche sulla base di questa scarna informazione, che ci sia stata qualche cosa per cui valesse la pena gridare. O ancora quando Dio parla della neve e della grandine nella semplice elencazione del cosmo fisico, Egli parla di esse come un tesoro che risparmiato per il giorno della battaglia, un indizio di un qualche enorme Armageddon in cui il male verrà alla fine rovesciato.

Nulla potrebbe essere migliore, dal punto di vista artistico, che questo ottimismo che irrompe attraverso l’agnosticismo come oro ardente sui bordi di una nera nuvola. Coloro che guardano con disprezzo alle origini barbariche dell’epica possono ritenere fantasioso leggere un tale significato artistico in tali casuali similitudini o frasi accidentali. Ma nessuno che conoscenza bene i grandi esempi della poesia semi barbara, come la Canzone di Rolando o le vecchie ballate, cadrà in questo errore. Nessuno che sappia cos’è la poesia primitiva può non riconoscere che, mentre la sua forma cosciente è semplice alcune delle sue conseguenze più pregiate sono assai fini. L’Iliade si sforza di trasmettere l’idea che Ettore e Sarpedone abbiano un certo atteggiamento o tono di triste e cavalleresca rassegnazione, non sufficientemente amara da essere chiamata pessimismo nè sufficientemente gioviale da essere chiamata ottimismo; Omero non avrebbe mai potuto dire questo con parole elaborate. Ma riesce in qualche modo riesce a comunicarlo con quelle semplici. La Canzone di Rolando fa in modo di esprimere l’idea che la Cristianità impone sui propri eroi un paradosso: quello di una grande umiltà nei confronti dei propri peccati combinato con la grande ferocia riguardo alle proprie idee. Naturalmente la Canzone di Rolando non può dire ciò ma riesce a trasmetterlo. Allo stesso modo debbono essere accreditati al Libro di Giobbe molti fini effetti che pur non essendo nella mente dell’autore erano indubbiamente nella sua anima. E di tutti questi quello che è di gran lunga il più importante rimane ancora da enunciare. Non conosco e dubito che lo sappiano anche gli studiosi, se il Libro di Giobbe abbia avuto grandi conseguenze o una qualsivoglia conseguenza nello sviluppo del pensiero ebraico. Ma se ha avuto effettivamente tale effetto li può aver salvati da un enorme collasso e decadenza. In questo libro viene infatti posta la domanda se Dio punisca invariabilmente il vizio con una punizione terrena e ricompensi la virtù con una prosperità terrena. Se gli Ebrei avessero risposto a questa domanda nella maniera sbagliata avrebbero potuto perdere tutta la loro successiva influenza nella storia dell’umanità. Sarebbero addirittura potuti affondare al livello della moderna società perbenista. Perchè una volta che le persone abbiano iniziato a credere che la prosperità è la ricompensa della virtù diventa ovvia la loro successiva calamità. Se la prosperità è considerata ricompensa della virtù sarà considerata anche un suo sintomo. Gli uomini lasceranno il gravoso compito di far si che gli uomini buoni abbiano successo e abbracceranno quello molto più facile di trasformare in buoni gli uomini di successo. Questo processo, evidente in tutto il commercio e il giornalismo moderni, è l’ultima nemesi del malvagio ottimismo di coloro che confortano Giobbe. Se gli Ebrei ne sono stati preservati, li ha salvati il Libro di Giobbe. Il Libro di Giobbe è rimarchevole principalmente, come ho insistito in tutta l’esposizione, per il fatto che non si conclude in un modo convenzionalmente percepito come soddisfacente. A Giobbe non viene detto che le sue sofferenze erano dovute ai propri peccati o erano parte di un qualche piano per il suo miglioramento.

Ma nel prologo vediamo Giobbe tormentato non perchè fosse il peggiore degli uomini, ma perchè era il migliore. La lezione che apprendiamo dall’intera opera è che l’uomo è confortato principalmente dai paradossi. E qui c’è il più oscuro e strano dei paradossi; ed è, per testimonianza di tutta l’umanità il più rassicurante. Non ho bisogno di suggerire quale suprema e strana storia attendeva questo paradosso dell’uomo migliore nel peggior destino. Non c’è bisogno di dire che nel senso più libero e filosofico qui abbiamo una figura dell’Antico Testamento che è veramente un simbolo; nè di suggerire cosa venga prefigurato nelle ferite di Giobbe.